Introduzione


1897, quando Merlino smise di dirsi anarchico

Nella tarda primavera del 1895 al Partito socialista italiano riuscì un piccolo trionfo elettorale: ottenne infatti quasi il 3% dei voti, che consentirono a ben 15 dei suoi candidati di fare ingresso al parlamento.

Nel frattempo, Francesco Saverio Merlino, avvocato ed esponente di spicco del movimento anarchico, si trovava a Montesarchio, dove studiava e rifletteva. Non poteva far molto altro, in galera.

Merlino e Malatesta si erano conosciuti in anni lontani, addirittura da ragazzini, in collegio dai frati scolopi a Napoli, ma era stata la vicenda del tentativo insurrezionale nel Beneventano, organizzato da una trentina di anarchici internazionalisti nel 1877, che aveva reso indissolubile il rapporto tra i due. L’esito della rivolta era stato fallimentare e Merlino, allora neo-avvocato poco più che ventenne, prese parte alla difesa degli imputati, tra i quali vi erano Carlo Cafiero e, per l’appunto, Errico Malatesta. Al processo di Benevento tutti i componenti della cosiddetta “Banda del Matese”, nonostante avessero ammazzato un carabiniere, furono assolti con conseguente tripudio di folla. Da quel momento Merlino era divenuto uno dei più noti agitatori anarchici, subendo negli anni successivi diversi arresti per le sue attività di propaganda rivoluzionaria e una lunghissima serie di sequestri di giornali e opuscoli che andava pubblicando con ostinazione. A un certo punto la magistratura decise di regolare i conti con quel gruppo di irriducibili sovversivi.

In un rapporto del 1896 del prefetto di Napoli la storia viene raccontata così:

L’essere, intanto, il Merlino riuscito a fuggire per ben due volte ai rigori della punitiva giustizia fece sì ch’egli divenne ancor più audace nell’azione. E recatosi in sul finire del 1883 a Roma, si associò e fece causa comune cogli anarchici più arrabbiati e turbolenti. Fu colà, quindi, con Errico Malatesta, Pernier Camillo, Pavani Domenico, Trabalza Luigi, Venanzio Italo e Antonio Bracciani deferito all’autorità giudiziaria per rispondere del reato di associazione di malfattori, organizzata in Roma nel detto anno 1883 all’oggetto di delinquere contro le persone e la proprietà. Rinviato, poi, al giudizio di quel Tribunale, fu con sentenza del 1° febbraio 1884 condannato ad anni 4 di carcere, in appello ridotti ad anni 3 con l’aggiunta della vigilanza speciale per la durata di mesi sei.

Per evitare altra galera Malatesta e Merlino ripararono all’estero dedicandosi instancabilmente alla preparazione della rivoluzione socialista anarchica, in attesa che trascorressero i dieci anni che avrebbero portato alla prescrizione della condanna consentendo il loro ritorno in Italia. Così non vollero gli eventi, e, a pochi mesi da compiersi del decennio, prima insorsero i lavoratori siciliani e poi, nel gennaio del 1894, quelli della Lunigiana. Né Merlino né Malatesta potevano restare lontani dall’Italia in un momento in cui un’insurrezione generalizzata sembrava possibile cosicché entrambi fecero ritorno, in clandestinità, per partecipare alla rivolta. Questo andrebbe tenuto presente, specie quando il lettore si accinga alla lettura degli ecumenici articoli di Merlino: Malatesta e Merlino furono rivoluzionari e insurrezionalisti (anzi: “insurrezionisti”, come si preferiva al tempo) a tutto tondo, e ad immaginarsi l’avvocato napoletano come un moderato dedito alla mera elucubrazione intellettuale ci si troverebbe del tutto fuori strada.

La rivoluzione non ci fu, al suo posto ebbe luogo una feroce repressione. Tornato a Napoli, Merlino, nonostante si fosse travestito da prete, non sfuggì all’arresto – al contrario di Malatesta che riuscì a partire per Londra – e per due anni abbondanti si ritrovò ospite, come si diceva, nella casa di pena di Montesarchio.

Mentre i convincimenti di Malatesta in quel periodo restarono immutati (si può dire che in qualche modo furono gli stessi fino alla morte) la lunga pausa forzata portò Merlino a rivedere le proprie valutazioni riguardo un movimento socialista la cui divisione, a suo avviso, nuoceva gravemente all’emancipazione dei lavoratori. Di conseguenza, trasferitosi a Roma, cominciò a intrattenere rapporti con rappresentanti delle diverse anime del movimento socialista nel tentativo di una conciliazione tra queste e per favorire un netto distacco tra il socialismo anarchico e la pratica individualista della propaganda del fatto. Mese dopo mese gli attentati di Vaillant, Ravachol, Henry, Caserio, Angiolillo cominciarono ad apparire agli occhi di molti ribelli la migliore risposta che si potesse dare al terrore dei potenti, quel terrore che dopo pochi mesi si sarebbe espresso in modo esemplare con le cannonate e le fucilate con le quali i poliziotti, artiglieri, alpini, bersaglieri e militari vari al comando di Bava Beccaris riporteranno l’ordine e il silenzio nelle strade di Milano. Merlino era in forte disaccordo con questa pratica, eppure fu lui, in qualità di avvocato, ad assumersi solo quattro anni dopo la pesante responsabilità di difendere Gaetano Bresci (responsabilità di fronte alla quale Filippo Turati si era pavidamente tirato indietro), autore del più popolare e rivendicato assassinio di tutti i tempi – luminosa azione per la quale è ringraziato ancora oggi da ogni persona che abbia in odio l’autorità e la tirannia.

Va detto che il potere dimostrò di temere anche l’avanzata dei socialisti democratici, cioè dei marxisti, in parlamento, come fu evidenziato dalla riduzione degli aventi diritto al voto seguita ai moti del 1894: nel 1892 questi erano il 9.8% della popolazione, nel 1895 furono appena il 6.9% – in verità una meschina caricatura di democrazia rappresentativa. Ciononostante i socialisti avevano ottenuto un risultato brillante e ancora meglio si sperava per le nuove elezioni che si sarebbero tenute nel marzo del 1897. Merlino, che aveva deciso di abbandonare l’antiparlamentarismo, manifestò pubblicamente le sue nuove idee nel gennaio di quell’anno con una lettera rivolta a Il Messaggero, dalla quale scaturirà una discussione a mezzo stampa durata un anno intero tra i due antichi amici, che si scoprirono distanti nell’analisi e nella pratica della lotta.

L’opportunità di utilizzare o meno lo strumento elettorale è solo uno dei temi affrontati, presto infatti la disputa si sposta sulle possibilità di trasformazione a breve termine e sulla futura organizzazione sociale, sulle modalità di redistribuzione delle risorse e sui meccanismi decisionali. Molte delle questioni affrontate risulteranno a chi legge assai familiari, anzi può destare una certa meraviglia il fatto che in un contesto così mutato le obiezioni siano a volte identiche a quelle che si possono ascoltare prima delle elezioni (o, in contesto libertario, prima dei referendum, ai quali molti, pur definendosi anarchici, continuano curiosamente a partecipare).

Il prolungato scambio va a toccare i punti essenziali che definiscono le differenze fra anarchismo e democrazia e risultano in questo senso del tutto attuali, anche nell’evidente impossibilità di arrivare a una visione condivisa.

Malatesta e Merlino non potevano accordarsi per il semplice motivo che perseguivano sì il medesimo fine ultimo – un mondo libero e giusto – ma l’idea portante che doveva condurre l’umanità intera alla meta non era la stessa, o almeno non fu la stessa durante quel 1897. Malatesta aveva la solita vecchia idea ereditata da Bakunin, poi trasmessaci viralmente attraverso la sua vita e i suoi scritti, e cioè che la condizione essenziale per l’agire rivoluzionario fosse di battersi contro l’autorità e di farlo senza usare strumenti che perpetuassero i meccanismi del dominio. Non che Merlino fosse in disaccordo, ma in quel momento storico aveva un’altra urgenza. Avendo fretta di ottenere dei miglioramenti sociali riteneva che il processo di frammentazione del movimento socialista dovesse avere termine e si accingeva a proporre una nuova sintesi che riportasse in qualche modo lo stato di cose a qualche decennio prima, quando quel movimento si batteva per l’emancipazione dei lavoratori senza curarsi troppo di sfumature e differenze. Come la storia successiva ha raccontato, il tentativo di Merlino era anacronistico, il socialismo non sarebbe più stato unitario e, anzi, si accingeva a partorire una lunga serie di federazioni, sette partitiche e partiti settari tra i quali si annoverano svariati mostriciattoli che hanno avuto comodo spazio tra i peggiori incubi del XX secolo. Sterile fu anche la sua conversione al parlamentarismo e l’adesione al Partito socialista1. I socialisti democratici furono ben lieti di enfatizzare la rinuncia di uno dei massimi esponenti dell’anarchismo italiano ad uno dei propri principî-cardine, ma la sua indipendenza di pensiero fece sì che la dirigenza del partito lo emarginasse piuttosto rapidamente.

Nelle sue repliche Malatesta fa poco per nascondere la sua irritazione – speculare alla soddisfazione dell’Avanti! che il 9 marzo dedica quasi l’intera sua prima pagina all’articolo di Merlino – e incalza con la consueta lucidità ma con sempre maggior veemenza l’ex-sodale, con punte sarcastiche («Non sembra proprio di sentire un parruccone il quale, volendo combattere la proposta di aprire al pubblico un giardino, dicesse che tutta la popolazione vorrebbe entrare contemporaneamente nel giardino e morrebbe pigiata e soffocata?») tali da suscitarne la piccata reazione («Credevo che, non fosse che per l’amicizia che ci lega, Malatesta e io avessimo potuto polemizzare senza darci del farabutto e del mascalzone l’uno all’altro...») che però non arriveranno ad incrinare seriamente quell’amicizia2 anche per la brusca quanto involontaria interruzione della polemica.

Il 17 gennaio 1898 infatti ad Ancona cominciano delle proteste per il rincaro del pane e il giorno dopo Malatesta viene arrestato.

Fine della discussione.



Maggioranze e minoranze

Tra le tematiche affrontate la lettrice e il lettore ne riconosceranno molte che fanno parte del confronto, oggi come allora, tra chi è convinto che la democrazia rappresenti il “meno peggiore” dei sistemi sociali possibili e chi invece ritiene che quell’ambiguo sostantivo non sia altro che uno dei travestimenti del principio di autorità fatto istituzione. Tra questi temi, che i due avversari trattano a fondo, ve n’è uno affrontato in modo marginale che ha invece acquisito da alcuni anni una certa importanza, poiché pare che sempre più persone si stiano rendendo infine conto del dispotico veleno sociale insito in ogni meccanismo decisionale che implichi una divisione in maggioranze e minoranze. Nel suo articolo su Il Messaggero del 10 febbraio Merlino fa notare con acume una possibile contraddizione nel rigore antidemocratico di Malatesta, scrivendo: «Io ricordo uno scritto che Malatesta inviò alla conferenza di Chicago del 1893: dove egli sosteneva che per talune cose il parere della maggioranza dovrà necessariamente prevalere a quello della minoranza». Malatesta risponde dettagliatamente su L’Agitazione del 14 marzo, spiegando come a suo avviso in particolari e determinate situazioni, (in cui alcuni anarchici «confondendo il voto politico, che serve a nominarsi dei padroni, con il voto quando è mezzo per esprimere in modo spiccio la propria opinione, ritenevano anti-anarchica ogni specie di votazione») vi fosse l’esigenza che la maggioranza arrivasse a una decisione. Credo (spero) che una larga parte del movimento anarchico ritenga oggi una tale posizione, dettata da esigenze pratiche e organizzative, quantomeno discutibile, se non del tutto inaccettabile. Dovrebbe essere ormai chiaro che qualsiasi prevalere di una maggioranza andrebbe rubricato sotto il nome di democrazia, che è cosa strutturalmente diversa dall’anarchia, con buona pace di chi è ancora convinto che siano, o possano essere, sinonimi. Le convinzioni di Malatesta saranno ribadite anche trent’anni dopo quando, ormai in pieno fascismo, scriverà:

Certamente gli anarchici riconoscono che nella vita in comune è spesso necessario che la minoranza si conformi al parere della maggioranza. Quando c’è bisogno od utilità evidente di fare una cosa ed occorre per farla il concorso di tutti, i meno debbono sentire la necessità di adattarsi al volere dei più. Ed in generale, per vivere insieme pacificamente e in regime di eguaglianza, è necessario che tutti sieno animati da uno spirito di concordia, di tolleranza, di arrendevolezza. Ma questo adattamento di una parte degli associati all’altra parte deve essere reciproco, volontario, derivante dalla coscienza della necessità e dal buon volere di ciascuno di non paralizzare con la sua ostinatezza la vita sociale; e non già essere imposto come principio e come norma statutaria. È questo un ideale che forse nella pratica della vita sociale generale sarà difficile a raggiungere in modo assoluto, ma è certo che in ogni aggruppamento umano si è tanto più vicini all’anarchia quanto più l’accordo tra maggioranza e minoranza è libero e spontaneo, e scevro da ogni imposizione diversa da quella che deriva dalla natura delle cose.3

Ancora una volta, nonostante il tempo trascorso, si tratta di problematiche attualissime, che chiunque si cimenti nel tentare l’edificazione di un embrione di organizzazione libertaria si trova immediatamente di fronte, ragion per cui questo libro rimane illuminante e prezioso – certo da discutere e criticare e non da prendere come vangelo.



Questa edizione

La gran parte degli scritti qui raccolti furono già assemblati nel 1949 a cura del Gruppo Roma-Centro, con il titolo qui mantenuto inalterato, e successivamente ristampati da La Fiaccola nel 1974 in una versione che è stata disponibile per quasi 40 anni. La presente edizione riprende quelle citate ma con alcune variazioni. Grazie all’inizio della pubblicazione delle opere complete di Malatesta, che ha preso l’avvio proprio a partire dagli articoli degli anni 1897-1898 (Un lavoro lungo e paziente... – Il socialismo anarchico dell’Agitazione) è stato possibile correggere numerosi refusi ed errori. Analoga operazione è stata effettuata sugli scritti di Merlino confrontandoli con le edizioni originali. La revisione, che comprende l’aggiunta di note esplicative che vanno ritenute mie se non diversamente indicato, è stata possibile grazie alla collaborazione di diverse persone. Innanzitutto di Davide Turcato, il quale ha messo generosamente a disposizione una gran parte degli articoli necessari, rinvenuti nel corso dell’imponente raccolta di materiale finalizzata alla realizzazione dell’opera omnia di Malatesta, oltre alle note sulla candidatura di Galleani per le quali si ringrazia anche Tomaso Marabini. I due contributi di maggior rilievo rispetto alle edizioni precedenti sono gli articoli di Merlino del giugno (originariamente pubblicato in francese su La Revue Socialiste) e dicembre 1897 (dalla Rivista popolare di politica, lettere e scienze sociali) oltre ai commenti redazionali degli articoli sulla stampa socialista, molto efficaci nell’inquadrare storicamente il contesto in cui si andava sviluppando la polemica. Nel lavoro di ricerca, assemblaggio e revisione ho ricevuto prezioso aiuto da Lucia Caporaso, Simone Ciani, Amelia Juliano, Francesco Lupinacci e Mena Savarese a cui vanno i miei ringraziamenti; Gianpiero Landi e il Centro Studi Francesco Saverio Merlino di Castel Bolognese hanno gentilmente consentito di utilizzare il materiale disponibile sul sito www.centrostudifsmerlino.org. Eventuali refusi, sviste ed errori vanno considerati di mia esclusiva responsabilità.

                                                            Giuseppe Aiello



1. Per una di quelle beffe di cui la storia è generosa, l’iscrizione al Partito socialista di Merlino fu quasi contemporanea a quella del giovane Benito Mussolini, il cui regime renderà opprimente la vecchiaia di Merlino e ancor più quella di Malatesta.

2. Merlino fu avvocato di Malatesta ancora nel processo del 1921, e tra i suoi ultimissimi scritti ci sono due lettere pubblicate sulla rivista malatestiana Pensiero e Volontà nel 1926.

3. Da: Un progetto di organizzazione anarchica, in Risveglio, 1-15 ottobre 1927.